Fabio Kblue: la rivoluzione spaziale del "KHITPOP" con STARGALATTICO

                                         

FABIO KBLUE, "STARGALATTICO" segna una rottura netta con il tuo passato. Da dove nasce l'esigenza di inventare un termine e un genere come il "KHITPOP" e come sei riuscito a far dialogare l'energia del K-pop con la melodia italiana?

Dal 2013 ho sperimentato tanto: ho cantato in inglese, coreano, cinese e tagalog, ho vissuto nelle Filippine e in Corea e ho fatto anche sei mesi di training in un’agenzia K-pop. Tutto questo mi ha insegnato tantissimo.

A un certo punto, però, ho capito che volevo cantare nella mia lingua senza rinunciare all’energia, alle performance e all’immaginario del K-pop. Non volevo fare semplicemente K-pop in italiano, volevo creare qualcosa che mi rappresentasse davvero.

Così mi sono detto: “Io voglio cantare in italiano, ma con l’energia del K-pop.”

Da quella domanda è nato il KHITPOP. Più che un genere, è l’identità che cercavo da anni: il modo in cui la mia italianità incontra l’energia del K-pop.

Cancellare dieci anni di percorso per ripartire da zero richiede un coraggio non comune. Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la strada vecchia ti andava stretta e che dovevi saltare nel vuoto?

Il momento in cui ho capito che dovevo cambiare è stato quando mi sono reso conto che continuare sulla strada che avevo costruito fino a quel momento non mi rappresentava più. Per anni mi ero sentito dire che avevo iniziato troppo tardi, perché avevo già 25 anni, e che non potevo fare K-pop perché non ero coreano.

Quando ho deciso di cantare in italiano sapevo che significava ricominciare da capo. Dopo dieci anni di percorso era come presentarmi di nuovo al pubblico e ripartire da zero. È stata una scelta che mi faceva paura, perché non sapevo se avessi ancora le energie per affrontare tutto da capo.

STARGALATTICO racconta proprio quel momento della mia vita: la difficoltà di rimettermi in gioco, la paura di ricominciare da capo senza sapere se avessi ancora le energie per farlo. Ma, alla fine, il desiderio è uno solo: voler stare bene. Voler stare galattico.

Nel testo parli di trasformare la paura del cambiamento in energia. C'è stato un momento, durante la lavorazione in studio, in cui hai temuto che questo nuovo vestito musicale potesse essere "troppo" per il pubblico italiano?

In realtà no. Ero talmente coinvolto dall’energia di questa canzone che non mi sono mai detto: “Forse è troppo.” Mi sono detto esattamente il contrario: forse è arrivato il momento di portare in Italia qualcosa di così energico.

Credo che oggi nel mercato italiano sia arrivato il momento di dare spazio a linguaggi diversi. Io non ho una major alle spalle e alcune delle mie canzoni le ho anche proposte, ma ho capito che quello che volevo fare non era ciò che stavano cercando. A quel punto mi sono detto: se sono io il primo ad ascoltare questa musica, perché non dovrei farla e condividerla anche con gli altri?

Viaggiando tanto mi sono reso conto che noi italiani abbiamo un’energia e un carisma incredibili. Siamo conosciuti in tutto il mondo anche per questo. Perciò non credo che STARGALATTICO sia “troppo” per il pubblico italiano. Penso semplicemente che proponga un’energia diversa, a cui forse non siamo più così abituati. E che sia arrivato il momento di tirarla fuori di nuovo.

Hai definito questo pezzo come un vero e proprio coro da stadio. Quali sono gli elementi su cui hai lavorato per dare alla traccia quella forza d'urto collettiva tipica del tifo sportivo?

Mi ricordo quando andavo allo stadio con mio padre e sentivo l’energia che si scatenava appena partivano i cori. Magari non li conoscevo tutti, ma ricordo ancora l’effetto di tutte quelle voci, intonate o no, che cantavano insieme con una forza incredibile. C’era quella voglia di sostenere la propria squadra fino all’ultimo secondo, e quell’energia mi è rimasta dentro.

Proprio da lì è nato il finale di STARGALATTICO. A un certo punto non volevo più semplicemente cantare, volevo urlarlo. Quando canto: “Io che adesso vado in panico, voglio solo star galattico”, è proprio un grido liberatorio.

Per ottenere quell’effetto abbiamo registrato più voci sovrapposte, come un vero coro da stadio. Anche il mio producer, Dr. Wesh, ha cantato i cori insieme a me.

Quando ascolto quel finale mi torna in mente proprio quella sensazione che provavo allo stadio con mio padre: tante persone che cantano all’unisono con la stessa energia. Era esattamente l’emozione che volevo trasmettere.

Guardando oltre "STARGALATTICO", questo singolo è solo un esperimento isolato o dobbiamo aspettarci un intero progetto (magari un album) interamente declinato in chiave KHITPOP?

Assolutamente no. In realtà il percorso è iniziato già con FOLLI FOLLE, che è stato il primo brano in cui ho iniziato a sperimentare questa direzione. STARGALATTICO rappresenta un passo ancora più deciso e, soprattutto, il momento in cui ho capito davvero quale fosse la mia identità artistica.

Il KHITPOP non nasce per una sola canzone, ma come un progetto che voglio continuare a sviluppare. Ho già altri brani che andranno in questa direzione e che usciranno nel tempo.

Per me non è una parentesi: è il linguaggio con cui voglio raccontare la mia musica da oggi in poi.

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